La stella del segreto
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Il racconto

La stella del segreto

Come potevo immaginare quello che avrei visto?
Ero in strada con gli amici, come tutte le altre volte, dondolando le ore dal bar alla panchina alla piazzetta, intenti a passarci accendini, sigarette, battute bischere, le solite cose.
In questo caso eravamo nei pressi di un incrocio.
C’era un semaforo, ben funzionante, con tutti e tre i colori, ma pure un vigile nel mezzo al crocevia; con il fischio nervoso e una collega stanca e con la faccia stranita, in piedi all’interno di una cabina di plexiglass.
Si sostituiva, il vigile, al ritmo del semaforo, e ne soverchiava le luci con i suoi comandi.
Noi guardavamo e ridevamo, in quanto questo faceva passare auto di fronte e da destra nello stesso momento, e c’erano frenate, colpi di clacson e tanti vaffandomo degli automobilisti nella ripartenza.
Il pezzo forte della scena si è profilato poco distante nella forma di tre ragazzi in carrozzella. Erano stati, come noi, a bighellonare e bere birra nel bar a pochi metri dall’incrocio.
Sai come succede, quando passano degli handicappati ti immagini di vedere il vigile fermare il traffico, e le auto con il sorriso attendere quiete. Ma il nostro urbano era una figura davvero fuori dagli schemi. Così, al passaggio dei tre non ha esitato a sventolare la bandiera a scacchi agli automobilisti e si son viste scene di paraurti spietati giungere fino ad un millimetro da ruote e carrozzine, in uno stridio di frenate e altri vaffandomo (come prima) misti alle nostre risate di bestie, mentre i giovani invalidi con una testa alta che mi è rimasta impressa, raggiungevano miracolati l’altra sponda della carreggiata.
Di certo quella sera non avremmo assistito a niente di più interessante a quell’incrocio, così le gambe di tutti si sono messe in moto.
Tendendosi, i muscoli delle cosce hanno sollevato i sederi, i lombi e poi le schiene, in tre comode rate.
Una volta in piedi, abbiamo preso a scivolare in direzione mare, che è quasi una legge fisica inevitabile, come la “forza di gravidanza”, quella che ci tiene schiacciati alla terra, nella lingua del mio amico Vipera.
Dalle mie parti ci sono un sacco di passaggi a livello.
Uno è di fattura moderna, con sensori al laser, ed apre e chiude tre secondi prima e tre secondi dopo il passaggio del treno.
Ma tutti gli altri sembrano venuti da un altro mondo. Da tempi antichi, quando non eravamo nati. E dimostrano tutta l’età nella forma delle sbarre, delle pale che ruotano ad indicare la chiusura, nei tempi lenti e nei cigolii.
Questi passaggi sono sempre chiusi, è un'altra legge fisica, vedi sopra.
Noi non ce ne curiamo più di tanto. Ci si infila sotto la sbarra, si solleva la testa e si guarda a destra e a sinistra, dando anche attenzione alle orecchie se i binari piegano per una curva cieca.
Poi si fuma, scavalcando i binari, perché le sigarette hanno un gusto particolare sulle losanghe del treno.
Personalmente, metto sempre un pensiero sugli scambi quando attraverso. Ho sempre paura di rimanere con il tallone incastrato tra i binari, e proprio nel momento (immagino) in cui sento arrivare il treno. Mi vedo la scena, con qualcuno dei presenti che in tutta fretta trova (chissà dove) una sega e te la allunga gridando: “Tagliati la gamba Cristo! Meglio perdere una gamba che la vita!” e tu prendi e seghi: seghi la pelle della caviglia, il tendine calloso e poi il muscolo, con lo spruzzo del sangue e fino all’osso. Straordinariamente duro questo, ma farinoso pure, che fa truciolini gialli mentre passi la lama e tagli, tagli, tagli però. Perché vuoi vivere. Non vuoi rimanere maciullato da un treno merci, con quei vagoni marroni pieni di beni dispersi e misteriosi, ad un passaggio a livello di provincia.
Seghi, gridi, seghi, tremi, seghi ,ma non fai in tempo.
Così, gli ultimi momenti della vita, prima di essere investito, divenire straccio e scomparire sulla massicciata, li hai trascorsi tagliandoti una gamba. In un terrore di dolori atroci.
A quel punto, pensato questo, mi vien da dire: se rimango con il tallone bloccato in uno scambio della ferrovia , non chiedo una sega, piuttosto un pompino. Almeno godo negli ultimi istanti. Ed il gioco di parole idiota, giuro, non era neppure voluto.

Ma siamo oltre. Nessun treno ancora in vista.
Pochi metri dopo la sbarra, sulla destra, c’è l’ingresso di un locale.
Noialtri ci buttiamo gli occhi sopra, tutti insieme, nemmeno fossimo d’accordo. Ha un ingresso con la pergola, una insegna verde e vetrate sabbiate, così che non si veda l’interno.
Sulla porta c’è un imbonitore baffuto dall’espressione amichevole che invita ad entrare. Non facciamo neppure in tempo a leggere l’insegna che siamo già nell’ingresso. L’uomo del resto, ha detto la parola magica: “E’ gratis”.

A volte penso che il Signore mi ami. E solo in questo non sono d’accordo con Tyler Durden (che sostiene il contrario).
Lo penso mentre apro la porta del locale, con un nuovo neon che mi insegna pure il nome: Secret Garden (Giardino Segreto). L’ambiente è buio e lo spazio poco. Queste sono le prime due cose che noto.
Poi vedo che ci sono solo uomini, se si esclude una barista attempata con una messa in piega bionda che mi accende dei sospetti.
Ma ad ispirare la mia ode al Signore sono due colpi d’occhio: uno cade su un palchetto in legno laccato, con due pali argentati fissati al pavimento. L’altro su una porticina nera, che si apre e lascia uscire, insieme a un fascio di luce fredda fredda, una spogliarellista in tanga e scarpe metriche.
Negli attimi che seguono, succedono le cose tipiche per noi del gruppo.

Scambi di sguardi veloci, risolini, ennesime accensioni di sigarette ma con fare nervoso, passo spedito a guadagnare il bar.
Siamo in un locale con donne nude che fanno la lap dance.E’ la fine del mistero.

Parentesi: io e i ragazzi viviamo in provincia.
Non abbiamo mai visto un cazzo. Un incidente sulla curva può tenere banco per una settimana, figuriamoci una scoperta simile.

Siamo al banco bar. La consumazione è obbligatoria e costa venti carte. E obbligatorio è bere un bourbon, che è la cosa più costosa che vedo nello scaffale. E accendere una sigaretta, un'altra, mentre la ragazza sale sul palco e parte una musica, brutta ma quasi non udita, tanto i sensi stanno tutti sugli occhi.
Lei è russa, bionda e leggermente soprappeso. Balla male, si strofina al palo e vi si avvita senza grazia. Il senso del tempo è già polverizzato comunque, mentre partono i pochi indumenti.

La timidezza mi spinge a far l’artista, così sposto lo sguardo sui presenti: i giovani maschi seduti. Se si escludono un paio di figuri con la faccia truce e dei quali evito accuratamente lo sguardo, gli altri sono boyz comuni. Muscoletti, abbronzati. Frutti di palestra, culturisti fai da te, di quelli che curano solo i bicipiti, dove si sono fatti fare tutti lo stesso tatuaggio commerciale. Hanno quasi tutti la maglietta nera attillata con lo scollo a vu e basettine e pizzetti sottili, di quelli che necessitano una tale cura da escludere ogni altro interesse attivo dall’esistenza.
Durante questo mio esame snob la ballerina termina il suo giro, scende tra i tavoli, i divani. Si strofina addosso a uomini con il muso lungo, mentre mi domando il motivo di queste espressioni serie, che guardando meglio adesso, campeggiano sui volti di tutti.
Un'altra cosa noto: molti dei presenti hanno delle banconote fasulle tra le mani, la ballerina si avvicina a quelli con i mazzi più consistenti e si dona alle carezz

e ed alle frasi pronunciate sottovoce nelle orecchie.
Una domanda rapida alla signora del bar, che si scopre essere pure la padrona del locale, e scopriamo che quei denari rappresentano i “Secret Dollars”. Moneta corrente del luogo. La legge vieta di dare vere banconote alle ragazze, così si possono cambiare i soldi alla cassa, cinquemila o diecimila a dollaro, come nelle sale giochi.
Rido.
Rido di tutto, perché sono vergognoso. Rido, commento, guardo tutti.
Sapete quella sensazione snob, tipica dei sinistrorsi, quando si sentono “differenti” dagli altri? Quella cosa che ti fa giudicare, con una sola occhiata, la coppia nei giardinetti, con lui che tiene la radiolina all’orecchio. Quel cazzo di vizio che fa si che ci si senta in diritto di analizzare e giudicare la vita di qualcuno solo guardando ai vestiti, all’espressione , ai modi di dire.
Io ci provo a levarmelo di dosso questo vizio, ma non è mica facile. Cerco di amare i miei simili, come insegna Gesù Cristo, ma sono ancora marcio dentro.
Va bene. Questo sto pensando quando la porticina nera si apre di nuovo. La prima ballerina in quel momento è sparita tra le braccia di qualche detentore di Petroldollari (Secret dollars mi piace poco). Volto lo sguardo e vedo che nella stanzetta illuminata che partorisce le spogliarelliste ci sta pure un’ affettatrice per i salumi. Poi ne esce un’altra donna.
Ha una figura ed un passo diverso. Veste di un abito nero. Pantaloni di seta sottile, scarpe dal tacco alto con lacci fin sui polpacci. Sul seno abbronzato un top anch’esso nero e uno scialle sulle spalle, di un materiale che non so come si chiama ma che traspare e cangia e ondeggia mentre la ragazza sale sul palco.
Solo ora ne vedo il viso. Ha i tratti forti e gli zigomi scolpiti. Una bocca grande e ben fatta, sorride ad uno specchio, mentre inizia il ballo. Non si toglie gli occhi di dosso e danza. Danza con gusto. Manda le gambe in alto, come fanno le ballerine vere, quelle della televisione. Si porta la caviglia alle labbra. Getta la veste. Scivola sul palo, scuote di colpo le anche e ammutolisce tutti. Anche gli snob come me.
Il suo sguardo passa ora sopra le teste di tutti. Non tocca nessuno. Sembra una lama di luce, come quella che esce dai proiettori dei cinema, e finisce nello specchio, rimbalza e torna da lei. E’ nello specchio che io lo afferro, a tratti, e ne resto sgomento.
A questo punto, per evitarmi una eiaculazione precoce, bisogna che vi racconti dei miei amici, che in quel momento stanno accanto a me, poggiati al banco, in tre diverse posture.


Federico in prima posizione: Ha ventidue anni. Ragazze zero. Grande disegnatore e futuro artista. Ama la letteratura, il cinema, i racconti scemi di Lovecraft e veste in modo corretto.Da bravo ragazzo. Forse da bravo ragazzo di altri tempi. Sta combattendo una battaglia contro i brufoli scacciatori di donne. Lo fa con una dieta rigida, il cui scopo sembra quello di farlo morire di inedia. Mai visto un morto con i brufoli. La teoria funziona.
Accanto a lui, gomiti sul banco, il fratellino Michele. Diciotto anni da pochi giorni. Artista innato. Più volte ho pensato di ucciderlo per la bravura mostrata durante il disegno all’aperto. Non parla mai, ma quando lo fa gela il mondo con le battute che Woody Allen ha sempre sognato. Non parla e non si lava allo stesso modo. Una volta al Mac Donald, in fila dietro a lui, sono stato spintonato e sono finito con il viso tra i suoi capelli. Vi sono rimasto invischiato, scoprendovi nidi di ragno, parmigiani biancastri, oggetti che credevo di aver perduto nei giorni addietro, scontrini del bar.
Dopo di me, a terminare la fila, sta Motis. Giovane buono di mia stessa età. Amante e praticante dell’arte anch’esso. Appena rinato dopo una vita di sofferenze causate da un male odioso, che gli spaccava la pelle provocando ulcere e croste e fuoriuscite di liquami appiccicosi.
Lui è adesso per me l’emblema della bontà del Signore, che l’ha ridonato alla vita, all’abbraccio del sole ed al fastidio della polvere, finalmente libero dagli attacchi di prurito e d’asma.
Motis è il più deciso dei quattro. Ne darà una prova tangibile tra poco, perché la ballerina a questo punto sta scendendo dal palco e lancia sguardi di volpe cacciatrice tra le sedie, alla ricerca di sventolanti petroldollari.
Che passo che ha! Ne sono frastornato. Ogni suo movimento risuona nell’ambiente, lei ondeggia, guarda, scosta i capelli dal volto con un gesto improvviso.


Agisco d’impulso.
Mi volto verso la maitresse cassiera e cambio i soldi, voglio i petroldollari. Li donerò ai due fratelli giovani, voglio farli divertire. Traumatizzarli? Pure.
Già che ci sono chiedo il nome della meraviglia ballerina: Zariana. Russa.
Lei è la stella del locale. Si capisce subito. Le altre sono solo uno sciapo antipasto alla portata principale.
Ecco. Ora vede i soldi che tengo tra le dita e svolta. Target Locked*.
Chissà perché mi immagino la scena vista dai suoi occhi. Un Hud* ottico che si blocca sulle banconote, poi passa sulle nostre faccine. Siamo forse pericolosi? Da evitare? No. Siamo inoffensivi bambini nelle sue mani.
Passo le banconote a Federico e invito la donna ,con un gesto da padre puttaniere, a dedicarsi al mio giovane amico. Come dire: “vai bellezza, fai star bene il bimbo, che è nuovo dell’ambiente”.
Lei obbedisce. Avvicina Federico con un solo morbido movimento. Porta la bocca rossa vicino alla sua, lo accarezza. Lui ha un espressione che mi fa ridere. Un viso serio e divenuto stranamente a punta, adatto per un film di Pupi Avati.
Sta fermo fermo, mentre Zariana, incassata la misera quota che ci siamo potuti permettere, già passa oltre. Avvicina il fratello sporco, fa una faccia strana, arriccia il naso e lo evita con una giravolta. Arriva da me.
In un attimo io sono suo.
Inciampo e cado nei suoi occhi, che sono chiari e pieni di tutto. Lei mi si strofina addosso e io le passo una mano solo sulle braccia (che idiota vero?) e non riesco a trattenere un risolino nel percepire la consistenza della sua pelle. Ed il profumo! Così liscia e delicata e con un sorriso che mi sta strappando la carne dalle ossa, tanto che mi sento come uno scheletro al vento. Gli dico le cose che provo, decanto la sua pelle e mi pronuncio sui suoi occhi, sulla luce che vi alberga e le dico che la amo che la voglio sposare, avere dei figli, invecchiare con lei. Lei ride. Mi domanda perché parlo tanto.
Io sono uno scheletro di vetro radiocomandato. A domanda rispondo sinceramente: perché sono timido, le dico, e allora straparlo, perché morirei altrimenti.
Lei si avvicina ancor di più, porta la bocca al mio orecchio e mi confessa di amare gli uomini come me. Anche io la amo. La amo da sempre.
Ma non c’è tempo per i momenti sdolcinati, non investendo due soli petroldollari.
Zariana si volta con un guizzo. China la testa scoprendo la nuca e strofina il suo sedere contro il mio basso ventre. Inarca la schiena, simula l’accoppiamento.
Io le accarezzo il dorso ed i fianchi, ma passando un solo dito sulla sua pelle, come per paura di sciuparla. Sono chiuso in una bolla d’aria di un solo metro di raggio. Non c’è più niente intorno e mi fischia il vento nel cervello. Lei si scosta ancora, torna a darmi il viso e sorride. Ora la posso guardare diritta negli occhi, che sono chiari come ghiaccio di pattinaggio. Una sottile lastra di ghiaccio che si spezza appena vi poggio lo sguardo. Ed al di sotto, mentre affondo in un lago d’acqua che fredda le pupille e sfoca il soggetto, mi pare di vedere cose.
Vedo strisce di cocaina e auto di lusso. Un uomo con un solo tatuaggio nascosto sotto la manica della camicia di marca. Uno sportello lussuoso che si apre, la caviglia sottile della donna che scompare all’interno. Un rombo di auto. Una camera di albergo da seicentomila a notte ed il corpo di Zariana caldo di sonno e liscio e inarrivabile. Vedo risvegli con telefonate e l’uomo che le dice di lasciarlo solo e sento passi dal timbro acuto e rapidi di ritmo. Un pavimento lustro, che ne rifrange le gambe. La vedo avvicinarsi a una finestra, sotto gli occhi di una qualche guardia del corpo di boss. Uno specchio, dove lei si rifinisce un trucco inutile. Ancora la voce di un uomo, al quale viene portata una giacca pulita. Un ascensore un incontro, scambio di valigie. Un nuovo ordine di allontanarsi. Frasi sinistre udite con la coda dell’orecchio. Qualcuno morto in un fosso.
Poi lei va via di nuovo. Chiude gli occhi ed io riemergo. Finisce il mio spettacolo. Il suo si sposta invece su Motis. Stesse frasi, che avevo creduto mia esclusiva. Il mio buon amico che le dice bella bella bella e le mette una mano in luoghi proibiti. Lui è un uomo vero. Io una specie di frocetto sentimentale che soffre di allucinazioni.
A quel gesto manesco Zariana si ritrae, poi torna all’orecchio di Motis e gli da del porco. Infine gli domanda se gli piace sentirsi dire così. Lui risponde franco:”non me ne importa proprio un cazzo”.
Così Zariana si arrabbia. Ci cancella dalla lista dei presenti e va da un altro. Questo è un giovanotto dal viso comune, ma ricco. Tiene sul tavolo un mucchio di petroldollari tale da monopolizzare la sua bellezza per il resto della serata.
Sarà proprio così.
Zariana tornerà sul palco per pochi minuti, poi entrerà nella stanza dell’affettatrice. Ne uscirà con un bicchiere d’acqua in mano, i capelli legati sulla testa ed un abito fresco e si metterà in braccio al giovane ereditiero o conciatore di pelli del Valdarno che sia. E resterà così, sfuggendo ogni sguardo, almeno fino a quando io e gli amici non avremo lasciato il locale.

All’esterno. Siamo tutti frastornati. Ci scambiamo le informazioni sulle frasi dette da Zariana. Io ne decanto la pellicina. Motis mi prende in giro per il modo infantile con il quale l’ho accolta. Ridiamo e ci scolliamo dalla faccia i musi lunghi che ci stavano assalendo. Gli stessi che avevo visto sugli altri clienti all’ingresso.

Alle quattro del mattino siamo sulla strada del ritorno. La via dei trans stasera è davvero ricca. Ci sono quasi tutti: Stampella, L’infermiera, La fata turchina. Le auto frenano di colpo, noi scambiamo frasi con le uome dalle voci pesanti.
La nostra macchina corre in una strada sterrata in mezzo ai campi. I finestrini sono aperti, l’aria profumata. La luna dipinge forme e strascica luci che diciamo di voler disegnare.
Ma Zariana è ancora nei nostri pensieri. Ci domandiamo come potrebbe essere la vita con una donna così. Ma nessuno ha una risposta. Io ho avuto le visioni, guardandola negli occhi, e le racconto, come faccio sempre. Si ride, ma con una certa tristezza.
Essere l’uomo di Zariana. E ridiamo di nuovo. Che razza di vero maschio devi essere per conquistare una donna così?
Un boss della mafia russa. Non mi viene in mente altro.

Svegliarsi con Zariana al fianco. Innamorata e sincera.
Quante vite diverse dona Gesù Cristo a questa terra.

 


Note tecniche:
*Target Locked
Espressione gergale militare. Indica l’acquisizione di un bersaglio e la conseguente condizione ottimale per aprire il fuoco.

*HUD
Head Up Display, dispositivo utilizzato dai piloti di aerei da caccia per avere sempre a portata di sguardo tutte le indicazioni necessarie per il volo ed il combattimento.