Pesci alla turca
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Il racconto

Pesci alla turca

Deng deng deng.
Passa il secondino dando colpi sulle sbarre con il manganello.
Ho fame. Guardo i pesci fritti che mi si sono rovesciati sul piscioso bordo di ceramica del cesso alla turca della cella. Che schifo. E che fame. Siamo proprio animali. Sono in cella di isolamento ed ho appetito. E’ come se vivessi in due piani paralleli e diversi. Quello cerebrale, avvilito ed un poco disperato per il fatto di trovarsi in galera a soli vent’anni, e quello fisico, che se ne sbatte di tutto ciò che ha intorno e che esige la benzina per andare avanti, testardo, avanti nei suoi giorni. Uno dopo l’altro, ovunque si trovi, non importa come ci si senta. Lui vuole vivere.
Fame fame fame.
Cammino su e giù nei sei metri quadrati. Finestra sbarrata che da su muro di cemento. Porta bianca, spioncino che si apre e richiude: che cazzo guardi? Non mi ammazzo mica.
Sento i miei compagni che piangono, qualche cella più in la. Ma io non piangerò di certo. Io guardo i pesci fritti, che tra l’altro lo chef della galera ha cotto con budella e tutto, li guardo sdraiati sul giallino del cesso alla turca e penso che non posso. Non posso raccoglierli e mangiarli.
Non io, con tutte le mie fisime di avvelenamenti ed infezioni e malattie mortali.
Tetano: primo sintomo, dolore alla nuca, indolenzimento dei muscoli, dei polpacci, febbre. Difficoltà nel muovere il collo, la testa. Blocco del massetere, il muscolo che muove la mandibola. Si chiama Trisma, questo sintomo, ed è terrificante. I muscoletti della faccia si contraggono, inducendo un ghigno disperato. Poi tutto il corpo. La lingua gonfia ed il paziente incontra la morte costretto in posizione fetale. Duro come un cartongesso.

Leptospirosi. Tempo dalla contrazione dell’infezione alla morte: ventiquattro ore. Un vero killer.
Mangi un qualcosa, bevi. Qualunque cosa. Un cazzo di ratto, un topo di fogna ci ha pisciato dentro e sei fatto. I topi vanno sulle bottiglie dell’olio, inzuppano la coda e la usano come un cucchiaio per raccoglierne le gocce. Magari il topo non è cattivo, ma durante questa operazione, una gocciolina di orina scivola lungo la coda, si mescola all’olio di oliva, sparisce. Nascosta e letale. Fino al pranzo, il tuo. Una bruschettina, aglio e olio, una delizia. Un po’ di pomodoro forse? No, mi piace così, aglio e olio, semplice. Mi piace sentire il sapore, il pizzicore sulla lingua tipico dell’olio giovane.
Ecco.
Ventiquattro ore da ora. Goditi la vita, amico. Ma cosa ti godi in ventiquattrore? Sei fatto. Finito. Non c’è più tempo per fare un cazzo di niente, per riscattare niente.
I sintomi: non li ricordo. Ora non li ricordo. Li sapevo, giuro. Li conosco tutti. Conosco tutte le malattie capaci di portarti all’altro mondo nell’arco di una giornata.
Ma ora no, ho troppa fame. Mi gira anche la testa, e in questa cella puoi star certo che se ti prende un collasso non arriverà nessuno a salvarti. Morto. Steso sul pavimento, testa tra i pesci fritti. Morto per uno svenimento? Non è questo. Scivolando al suolo, sul pavimento di piastrellacce lerce, colpo alla tempia sul bordo di cemento che separa il cesso dal resto della stanza. Un colpo solo. Per un attimo vedi tutto blu e poi resti come paralizzato, vedi la porta della cella che si apre, ma non sono i soccorsi. Il secondino sta facendo le parole crociate facilitate e non si muoverà, no. E’ la morte, che apre tutte le porte facendo pure la rima. Vieni figliolo, dobbiamo andare. E’ tutto finito.
Dove andiamo signora morte? In paradiso o all’inferno?
All’inferno vero? Altrimenti non sarebbe apparsa lei, nera e falce nella mano. Sarebbe apparso un angelo, un angelo buono. Magari due putti riccioletti, svolazzanti nella cella, tra le mura rosse di zanzare spiaccicate. Baci, baci dai putti e carezze, vieni con noi, andiamo in paradiso. Tra le nuvole.
Fame. Pesci fritti stesi sul cesso alla turca.
Quando mi ridaranno da mangiare? Me lo daranno? Si sono scordati di mandarmi all’ora d’aria per quattro giorni di fila, perché dovrebbero ricordarsi di darmi da mangiare? Dico, io sono un figlio della società dei consumi, sono cresciuto tra le girelle motta, il golosastro, l’ovomaltina. Negozi pieni, supermercati. I bimbi in africa muoiono di fame. In africa, non qui. Io sono sempre stato curato, pasciuto. Quarto di pizza, frittellina, castagnaccio, torta di ceci.
La cosa più buona è il quarto di pizza della pizzeria “il montino” con dentro la cecina. Da bere prendo una spuma bionda e mi da anche un altro etto di torta di ceci da mangiare a parte.
E’ arrivato il pomeriggio. No, è estate. Questa è la luce della sera. Saranno passate le otto. Non mi danno la cena. Lo sapevo. Forse è perché non piango e non strillo. Sono quasi invisibile, si sono scordati di me.
Sera. Ore dieci forse?
Il mio vicino di cella, il vecchietto, lui urla da stamani alle nove. Bestemmia in realtà, bestemmia e basta. E non ha mai detto due bestemmie uguali. Urla e bestemmia. Da quanto tempo? Saranno tredici ore, anche di più.
Perché non lo ammazzano? Entrate in quella cella di merda e sopprimetelo. Cosa vuole, perchè cazzo urla in quel modo. Ecco. Lo ha detto ora. Non ha le lenzuola dio cane dio bestia madonna maiala.
Sento rumore di vetri rotti, altre urla. Arrivano i secondini, corrono alla cella del vecchietto. Lo tirano fuori, si è fatto a fette le braccia con un pezzo di vetro. Finalmente. Ora gli daranno le coperte. Ed io? Devo affettarmi anche io per avere da mangiare?

Guarda. Noi siamo i pesci fritti. Giacciamo sul cesso alla turca. Siamo stati fritti nell’olio di motore con le budella e tutto, ma siamo buoni buoni buoni.

Pesci tentatori, parenti di sirene, stessa nazionalità. Mi tentate, la fame mi tenta perché è quasi mezzanotte e non riuscirò a dormire con questa fame. Già in cella il tempo è triplo, una notte insonne no, per favore. Con le zanzare che a stormi da battaglia delle aquile mi piombano addosso, mi si infilano nel naso nelle orecchie, e con che sincronia, sempre a coppie. Come i caccia. Primo pilota e ala primo pilota e ala.

Va bene. Bastardi pesci fritti. Mi chino, raccolgo il piatto di plastica. Lo capovolgo, ci soffio. Mi vien da ridere, ci soffio. Raccolgo i pesci, per le code, si sollevano lasciando goccioline. E’ olio, mi dico. Vaffanculo è solo olio. Di quello cattivo, ma è olio. Sai che morirai di qualche orrenda malattia? Lo sai.
Lo so.
Primo morso al pesce.

Solo pochi giorni prima ero sulla spiaggia.
Ho fatto il bravo questa estate e mi sono abbronzato bene.
Ho pure lasciato la Sandra che mi aveva stufato. Continua a telefonarmi, ma io non mi faccio trovare. Oppure faccio il duro.
Dio esiste. Quindi ho conosciuto Carlotta. E non solo. La vedo arrivare, con l’abito leggero arancione e quel tatuaggio di cobra sulla spalla sinistra.
C’ha il sorriso da un orecchio all’altro, perché già mi ha visto e lo sa che io faccio finta di niente apposta.

Che caldo, prendere un patino. Non l’ho mai fatto. Non ho mai preso un patino da solo, ma Carlotta viene con me, dice che anche lei vuole fare il bagno, ma al largo, dove il mare è pulito.
Così remo. Mentre lei sta sdraiata sul galleggiante di destra. Gira la testa e mi sorride, con gli occhi stretti dal sole.
Posso baciarla quando voglio. Ma aspetterò, perché sono un signore.
Poi voglio godermi questo scorcio di vita Algida, che non ho mai avuto. Voglio che duri che duri che duri che duri…
Guarda come si tuffa.
Ha dieci anni di ginnastica artistica addosso, e si vede. Sa fare i salti mortali.
Nuotare, tornare alla barca, ridere scherzare. Chi l’avrebbe detto che sarebbe capitato anche a me, anche una volta sola. Chi lo avrebbe detto?

Adesso, di nuovo sulla spiaggia. Musica reggae dal registratore, gira una cannetta. Paradiso. Paradiso perché so che mi basterebbe allungare un dito, anche lei lo sa. Le basterebbe allungare un dito, ma non lo farà, non ora.
Poi mi viene da fare il cattivo, la mollo sulla spiaggia, mi sono rotto il cazzo, voglio prendere la macchina ed andare a casa, a fare qualcos’altro. Chi viene con me? Nessuna donna per favore.
Paolo e Donchi.
Carlotta si è già voltata dall’altra parte, mi da la schiena dalla pelle liscia e tutti i muscoletti ben visibili.
Certo che vorrei restare, che vorrei che lei venisse con me. Ma stiamo giocando un gioco con delle regole precise.
Noi andiamo, ciao ciao.

E dopo un ora sono con la faccia nel fango. Pistola alla testa. Carabinieri in borghese. Bella mossa. Appostati da un mese nel campo di marijuana.
Sei ore in piedi nel commissariato. Donchi lo hanno ammanettato al contrario. Paolo piange a dirotto. Ci possiamo sedere? No. Giusto. Siamo dei delinquenti.

E il primo pesce è andato. Ora potrei morire di qualcosa. Però è strano, non mi viene in mente nessuna malattia adatta.
E pensare che le conosco tutte.
Questa storia dei mali mortali è cominciata due anni fa. Dopo un acido che mi aveva quasi fulminato il cervello. Dico quasi perché ho le manie adesso, ma almeno lo so. Me ne rendo conto.
Solo che non posso farci niente. Vivo nel terrore degli avvelenamenti, delle ulcere perforanti, delle punture di api, degli shock anafilattici, dei cibi guasti, guasti come questi pesci fritti raccolti dal cesso alla turca.
Mi sono caduti a mezzogiorno. Quando me li hanno dati. Il secondino mi ha fatto una battutaccia ed io mi sono voltato di scatto. Il piatto con i pesci mi è caduto di mano, ribaltato sulla maiolica. La guardia si è messa a ridere ed ha richiuso la porta. Claklang.

La parte migliore del pesce fritto è la pellicina croccante. Anche la coda, che nonostante il passare delle ore, ha mantenuto un po’ di fragranza.
Chi avrà pisciato nel cesso, prima di me?
Di quale condannato camorrista stupratore assassino è la roba che mi sto mangiando.
Vomito. Devo scacciare i pensieri. Mangiare i pesci e non pensare a niente. Leggere le scritte sulle pareti. Frase di Totò. Viva la nuova camorra organizzata. Viva la NCO.
Una delle frasi dice così: Da che mondo è mondo la galera non ha mai insegnato niente di buono a nisciuno”. Proprio così, a nisciuno. Non sono d’accordo. Mangio il pesce fritto e ricordo che solo fino a pochi giorni fa evitavo la prima sigaretta di ogni pacchetto, per paura di chissà quale sostanza venefica accidentalmente precipitata nel tabacco nei depositi di Lucky Strike city.
E i biscotti? Io amo il caffellatte con i biscotti. L’ho sempre amato. Da quando stavo con i miei genitori e la sera tornando a casa tardi, trovavo le marie della Lazzaroni. Petit Beurre si chiamavano. Pacco verde. Burrose. Tempi di inzuppamento in un caffellatte a temperatura ottimale assolutamente perfetti. Mai una spezzatura, un tuffo involontario nella tazza, sempre perfetti. Latte e ovomaltina o nesquik. Seduto sul tappeto, in salotto. Televisione accesa, senza volume, sintonizzata su telecentro o teleriviera, con il suo sinistro cinescopio tutto azzurro ed il fischio di sottofondo. Come dire, ci dispiace ma sono finite le trasmissioni, come potete vedere. Siamo una emittente seria e non mandiamo filmini pornografici degli anni settanta. No. No, basta aspettare, tenere duro. Non c’è un giorno preciso. Possono arrivare o non arrivare è una lotteria, ma sì. Ecco che comincia. Dopo un ora e trenta di schermo azzurro. Lolita Masturbation. Olanda. 1977.

Dicevo dei biscotti. Ora apro il pacco. Nuovo nuovo e non riesco a decidere quale azzannare. Il primo potrebbe essere contaminato da qualcosa. Metti un pazzo, che si aggira con una siringa ripiena di veleno tra i banchi del supermercato ed inietta il succo mortale attraverso la velina del pacco sigillato. Un foro invisibile. E’ inutile che controlli Gianni. Apri pure il pacchetto. Il foro non può essere scoperto. Quindi niente primo biscotto.
L’ultimo?
Neppure. Il pacco potrebbe essere stato adagiato capovolto negli scaffali ed il maniaco avvelenatore aver colpito gli ultimi biscotti innocenti, non i primi del mucchietto….
Scarta il primo scarta l’ultimo, resta il gruppo centrale. In questa qualità i biscotti sono ammonticchiati in pile di sette. Quattro pile in tutto il pacco. In media, si adoperano due pile per ogni tazza di latte.
Anche se ricordo che da ragazzino, quando tornavo a casa bello stordito, ne spolveravo anche due pacchetti. Bei tempi quelli.

E’ notte fonda nella cella.
I pesci sono finiti. Ora non ho più fame. Non ho neppure paura delle malattie che avrò contratto con questo orribile pasto. Sarò mica guarito?
Arrivano dalla porta dei pianti, delle grida, dei canti arabi forse. Tutto il carcere risuona di lamenti riverberati di sbarra in sbarra, oltre tutti i cancelli.
Sono i detenuti delle sezioni che si lamentano. O forse sono i musulmani che pregano?
Siedo sul letto, giro e mi sdraio. Guardo il soffitto. I pesci mi gorgogliano nello stomaco.

Mimo una sigaretta.
Accendo con un bic di fantasia.
Aspiro.
Aspetto.
Butto fuori il fumo finto.

Puf.

Puf.

Puf…