Siamo davanti al Beaubourg. L'appuntamento sta là. Davanti al Beaubourg.
C'è una grande mostra di Hergè, che non andrò a vedere, e piovicchia. Pioggia fine fine gelida. Almeno, a me questa pioggia pare gelida. Ho la febbre.
Il fatto è che ad Angouleme ho straviziato. Un mio amico, sentendo il racconto delle notti al festival ha riso e ha commentato: "Paura e delirio ad Angouleme".
Ha esagerato. Però ho davvero bevuto e fumato e ballato come uno scemo. Un uomo di mezza età con un cappello da scemo che balla come un rapper drogato fino all'alba. Bella scena. Sono contento di non essermi visto da fuori.
Stravizi e balli fino all'alba, quanto basta , per un corpicino come il mio, per uno spirito come il mio, per ammalarsi.
Sono davanti al Beaubourg, con Patrick, il mio nuovo amico gentile e aspettiamo Massimo, il mio amico gentile.
Quando Massimo arriva io esordisco che non farò nessuna storia di pirati. Ne avevamo parlato, nei giorni precedenti, e ora mi sembra importantissimo precisare che ho DEFINITIVAMENTE cambiato idea. Sorry Massimo. Niente storia dei pirati. Lui dice "peccato".
Realizzo, (solo per un momento poi torno a pensare il contrario) che forse non tutto il mondo pende dalle mie decisioni di raccontare una storia o l'altra.
Ad Igort dico la stessa cosa. Lo so che due sere prima gli ho rotto le scatole con questa idea ad ambientazione piratesca e che "sembravo" infervorato. E' tutto passato, gli dico. Se mi risentite parlare di storie di pirati mettetemi le mani sul volto.
Ho chiuso con i pirati. non avevo neppure iniziato. Comunque ho chiuso. HO CHIUSO.

Ho perso l'aereo per tornare in Italia. Colpa della febbre e delle belle figliole che mi distraggono. Mi sono ritrovato sul treno che mi portava all'aereoporto con il foglio dell'orario in mano, a scoprire che quello che sembrava un otto era in realtà un sei, e che l'aereo era partito due ore prima.
Ho scelto un altro volo. Ho scelto in base all'orario. Il sabato, il volo Easyjet da Paris Orly, per Pisa, si effettua in pieno giorno. Questo vuol dire, con un po' di fortuna, le alpi viste dall'alto e poi la costa e le apuane e le navi e il mare. Tutto visto dal cielo.
C'erano delle nuvole che sembravano Pringles. Le patatine Pringles, avete presente? Quando stanno ancora nella scatola, tutte a fettine, adagiate le une alle altre. Queste nuvole erano disposte allo stesso modo, come le Pringles nella scatola.
Al momento dell'atterraggio, scendendo sopra alla base militare di Campo Darby (e pensando sempre alla stessa cosa: riuscire a scorgere le bombe atomiche nascoste nella pineta) l'aereo ha abbracciato un mucchio di queste Pringles, le ha aggirate e ha dato la coda al sole. In mezzo a queste due torri di patatine affettate bianche si è infilata la luce del tramonto e io stavo per impazzire di bellezza. Non mi era mai successo con le Pringles.
Dietro di me due adolescents parlavano di non so quale cazzo di cantante di merda, avevano gli occhi sul corridoio e gli dava noia la luce del sole. Spero che fosse la milionesima volta che attraversavano il cielo in quel modo e che ormai avessero fatto il callo a quella meraviglia. Se così non fosse, mi auguro che i genitori le sopprimano, prima che raggiungano l'età in cui si ha diritto al voto.

E poi a casa, la storia è uscita da sola. Le prime due pagine almeno. Sono diventate "vere" quando ho trovato la voce. E la voce era una preghiera, un Ave Maria di un poveraccio gettato nell'oceano.
E sono venuti i disegni, si è mostrata la carta giusta, i colori si sono presentati da soli.
Va sempre così, ora che ci penso, ma lo dimentico sempre.
E' difficile scrivere stando in un altra epoca. E' così diverso dalle cose che ho fatto finora. Ma quella preghiera mi ha aiutato e ora sono alle prime venti pagine di sceneggiatura e sono contento. Spaventato, contento. Spaventato.
Ci risiamo. E' una storia di pirati.