Si chiama Flavio.
Ha 12 anni.
Viene dallla Romania.
Lo ripete due volte: vengo dalla Romania, non sono "un zingaro".
Quelli (gli zingari) gli fanno schifo.
Flavio lavora al versante nord di un incrocio nei pressi del supermercato Coop, a Pisa.
Ieri l'ho incontrato per la seconda volta.
Lo avevo già visto. Due mesi fa. Alla fine di luglio.
Ero fermo al semaforo, nella mia Honda azzurra Hrv.
Flavio, che allora era ancora, per me, un ragazzino senza nome alcuno; si avvicinò e propose un lavaggio del parabrezza.
La mia macchina, per quanto sia un modello furbino, è anche un modello di sporcizia.
Dentro e fuori. Sembra l'auto di un barbone de luxe.
Questo della sporcizia è un buon argomento per opporsi all'offerta di lavaggio vetri.
Ma perchè resistere?
Sono un uomo benestante. Lui è un ragazzino sotto il sole a piombo di questa estate.
Suda. Ha la faccia tonda e gioviale tutta piena di goccine.
Io che sono un uomo bianco e democratico, dall'alto del mio sedile di guida, aria condizionata: accetto il lavaggio.
Flavio si prodiga. Il parabrezza diviene quasi invisibile.
Io mi complimento: mai vista una cosa così, il miglior lavavetri di tutti i tempi.
Lui ringrazia. Io lo ripago con molti spiccioli euri.
Una cifra spropositata probabilmente, causa la mia condizione di benestante e la confusione da monetine di nuova valuta. Flavio è contento di questa confusione.
Lo sono anch'io, alla fine, per il mio gesto.
Lo sono democraticamente, dall'alto del mio sedile di guida.
Ieri.
Sono nuovamente all'incrocio.
Anche Flavio, che probabilmente da quel incrocio mai si è mosso, per tutta l'estate.
Mi riconosce e io riconosco lui. Accetto naturalmente un nuovo preciso lavaggio.
Quando gli allungo le monete lui mi chiede una mano.
Un aiuto.
Deve fare presto a spiegarsi, prima che luce faccia verde.
Dice che c'è un italiano che lo vuole picchiare.
Lo vuole mandare in prigione. Dice che lui non ha fatto nulla di male ma che ora verranno le guardie e lo porteranno via. Dice anche tante altre cose che capisco male perchè il suo italiano non è corretto (e il mio rumeno,come è messo?) e poi le altre auto, da dietro, mi suonano come dire: sei uno scemo, blocchi il sacro traffico per parlare con uno zingaro?
"Non sono un zingaro" mi dice Flavio.
Quelli fanno schifo. Io sono rumeno.
Ho una patria. Come te.
Ho lasciato la macchina nel parcheggio della coop e sono tornato a piedi e ciabatte all'incrocio di Flavio.
Lui si è stupito del mio riapparire, appiedato, al suo semaforo.
Siamo in mezzo al traffico. La luce diventa verde, le auto partono, non sentiamo più niente. Ci spostiamo nel giardinetto accanto, nello spartitraffico.
Qui stanno le attrezzature del mestiere, un secchio, degli stracci dei pezzi di carta.
Flavio continua il suo racconto:
Pochi minuti prima, lui stava ai carrelli, all'esterno del supermercato Coop.
Domanda ai clienti in uscita di poter riportare il carrello.
E' un buon business, sapete?.
Un euro a volta, duemila lire del vecchio conio, come direbbero quei tonti della tv a premi.
Flavio alterna questo mestiere con quello al semaforo.
I risultati sono presso che equivalenti. Il sistema di fondo è lo stesso. Si è sempre in balia del buon cuore del cliente di turno.
A volte, in giro (piccola rapidissima parentesi) si sentono signore e signori bianchi ( e devo iniziare ora a fare questa distinzione di pigmento, per il bene della storia) che, improvvisati broker, disquisiscono sui proventi dell'attività dei lavavetri, dei parcheggiatori di carrelli.
Il calcolo ricorrente è una acuta equazione orario/frequenza dellle auto/probabilità di cessione dello spicciolo.
Al termine di queste analisi di microfinanza, molti miei concittadini (giovani e vecchi, per la verità) concludono che il mestiere del lavavetri è assai proficuo e che è proprio da coglioni rimanere a lavorare in un posto tradizionale, pagando le inique tasse italiane a dei governi che poi nulla in cambio ti danno. O ti daranno mai.
Spesso si sente un rimpianto (questo sopratutto nei più anziani) per non aver scelto la via del lavavetri. Perchè :" quelli si che sono furbi. Mica noi, a lavorare come degli scemi, per tutta la vita".
Sono certo che anche voi avrete, a volte, sentito argomentazioni simili.
Come dite?
Le avete fatte voi stessi?
Non scherzavate?
Avete un minuto per vergognarvi. Poi potrete continuare la lettura.
Andiamo avanti. Anzi, indietro.
Dieci minuti prima.
Flavio sta ai carrelli del supermercato Coop.
C'è un altro ragazzino poco distante. Non ne conosciamo il nome. Ha 14 anni però, questo lo sappiamo. Lo chiameremo "lo zingaro". Perchè non è rumeno, come Flavio. Non ha una patria, come lui e me e voi che leggete. E' "un zingaro" e fa schifo.
Lo zingaro gira pure lui intorno ai carrelli.
Ma ha intenzioni differenti.
Quando un uomo sulla cinquantina va a rimettere a posto il suo carrello e spinge col corpo per farlo entrare tra i due corrimano di acciaio, lo zingaro gli si fa dietro e gli sfila il portafoglio dalla tasca dei pantaloni.
Flavio è a due passi. Vede tutta la scena.
Cerchiamo di capire la situazione: qui Flavio ci lavora.
Tutti i giorni.
Con lui lavorano un altra decina di persone.
Parenti e altri rumeni del vicinato rumeno.
Un furto, nel suo posto di lavoro, sarebbe una vera disgrazia.
Un furto, qui, al supermercato Coop , vorrebbe dire arrivo dei carabinieri, esclusione dal semaforo (e questo semaforo, se siete di quelli che fanno i conti in tasca ai lavavetri, è ricco di traffico e di introiti).
Un accusa di furto qui significherebbe problemi con il permesso di soggiorno, il rischio di essere rimpatriati, altissime probabilità di prendersi qualche schiaffo in caserma.
Credo che siano questi i motivi per cui Flavio interviene per segnalare il furto.
Non un qualche senso civico. Solo un innocente tornaconto personale.
L'allarme di Flavio raggiunge le orecchie del cinquantenne.
Gli hanno preso il portafoglio.
Chi ha gridato?
Chi è questo ragazzino scuro con la mia roba in mano?
L'uomo allunga un braccio, afferra il ladro. Il portafoglio cade in terra.
Attimo di indecisione: ladro o denaro? Denaro.
"Il zingaro" si libera dalla presa, arranca, per scappare, toccando terra con le mani.
Il portafoglio è spalancato sull'asfalto, ne sono usciti i soldi. Spiccioli e banconote sono sparsi qua e là.
"Il zingaro", mentre tente la fuga, cerca anche di afferrare qualche moneta.
Ma gli spiccioli gli ricadono dalle dita, tintinnano a terra.
Va tutto storto. Meglio pensare solo a scappare.
"Il zingaro" corre via, mentre l'uomo gli grida dietro.
I soldi, per fortuna, sono ancora tutti qua. I santi soldi sudati sono ancora tutti qua. Sull'asfalto. Stesi.
L'uomo si volta allora verso Flavio.
Lo guarda e lo valuta cromaticamente.
E' un momento.
Il colore è lo stesso del ladro e anche la fisionomia è simile assai.
Si, lo so. Flavio è rumeno. Non è "un zingaro".
Ha una patria lui, la Romania.
Il problema è che la patria, l'appartenenza a una patria, è proprio una cosa che non si vede sulla faccia, non così almeno, non alla prima impressione.
Mi dispiace, davvero di questa cosa.
Spero di non aver deluso nessuno.
Mi dispiace per tutti i nazionalisti, mi dispiace per i leghisti del nord ma è proprio così.
La patria non si vede sulla faccia.
La padania, per fare un esempio, risulta invisibile agli occhi.
L'uomo fa due conti. E' velocissimo. E' un computer umano. Un mentat.
Flavio è il complice del ladro.
Uno ti distrae.
L'altro ti ruba.
Storia vecchia come il mondo.
Non mi fregate più.
Mentre Flavio cerca di spiegare che ha gridato per avvertire del furto in atto e che (in effetti) questo furto lo ha proprio sventato, l'uomo lo prende per un braccio. Quando lui si divincola quello gli rifila due calcioni da adulto.
Non sono sufficienti.
Flavio scappa verso il semaforo (E il semaforo è suo, nella sua testa. E' fido universale.).
Funziona.
L'uomo lo lascia andare. Sceglie la via legale.
Entra nella coop urlando alla denuncia. invocando la venuta dei carabinieri e l'arresto di Flavio. Il complice del ladro. Il ladro.
Quel ragazzino zingaro, quello scuro, che stava fuori ai carrelli. Lo avete visto tutti.
Questa è una storia di razzismo, secondo me. E' per questo che uso spesso il colore della pelle per le descrizioni.
Ma è pure una storia di supermercati.
Il ladro, quello vero, "il zingaro" è già in azione al supermercato Pam che dista solo un centinaio di metri.
Quando devi trovarti i soldi per mangiare, funziona così. Non è che dopo un' azione fallita ti puoi mettere a riposo, sul divano.
Non hai il divano.
I due supermercati, il Coop e il Pam , hanno aperto i battenti a distanza di poco tempo l'uno dall'altro.
Per prima ha aperto la Coop. Dovete tenere a mente che siamo in una zona residenziale composta di grandi stradoni, una specie di circonvallazione e grandi palazzi costruiti negli anni 70/80 da degli architetti che facevano uso intensivo di Special K*.
Almeno, per quanto mi riguarda, solo l'uso intensivo di ppecial K. durante la progettazione può dare origini a costruzioni del genere.
A causa delle loro forme astruse, dei tetti culminanti in grandi triangoli di cemento dipinto di blu e delle finestre rotonde queste costruzioni. già prima dell'inaugurazione, erano state ribattezzate: "i palazzi di Mazinga".
Credo che neppure per un millisecondo ai progettisti sia passato per la mente che in quelle loro "stilose trovate architettoniche" sarebbero andate ad abitare delle persone.
Non per un secondo si era pensato che vi sarebbero nati dei bambini e che, per quei bambini quelle case sarebbero state non solo la loro casa, ma sopratutto la loro "idea" di casa.
Ma non facciamo i paladini a vuoto.
Avrei voluto vedere voi, al tavolo tecnigrafo, a progettare questi enormi giganti in cemento, con appalti da miliardi, apprensivi assessori al telefono, costruttori rampanti intorno e con tutto quello Special K. in giro per il cervello e per l'organismo tutto.
Si fa presto a criticare.
Al momento del mio pallido ingresso in questa storia, Flavio è al semaforo, si è appena rifugiato nel suo "fido" personale.
Io apro il finestrino.
Lui mi parla.
Mi chiede aiuto e io intuisco che è spaventato davvero.
Come lo capisco?
Chiede aiuto a me, che non sono nessuno, che NON sono un suo amico.
Sono uno che ha visto mesi prima e che (sbagliando monete) gli ha solo dato un compenso troppo alto in cambio di un parabrezza pulito.
Ora siamo sull'erba dello spartitraffico vicino al semaforo. La mia macchina è parcheggiata negli spazi del supermercato coop.
Flavio mi raccconta tutta la vicenda, con pronuncia stentata e tono concitato.
Io faccio di si con la testa, come se avessi capito tutto, ma non ho mica capito una sega, in realtà.
Poi penso che forse dovrei prestargli una attenzione maggiore e lo prego di ripartire da capo, raccontare tutto, per filo e per segno ma piano, che quel suo italiano non è corretto.
Flavio è ai carrelli, segnala un tentativo di furto ma viene scambiato per un ladro.
Il ladro, quello vero, scappa via. Flavio si prende due calci e scappa a sua volta.
Si scappa, quando si è piccoli e ti prendono a calci.
Ora, tra lui e il ladro, agli occhi della vittima del reato non c'è nessuna differenza.
Tra poco, è certo, arriveranno i carabinieri e lo metteranno in prigione e poi lo rispediranno in Romania.
Mentre Flavio mi racconta io mi trovo circondato da tutti i suoi conoscenti rumeni.
Due ragazzi giovani mi aggrediscono con toni poco amichevoli. Flavio mi difende, dice che sono un suo amico.
Io gli rispondo che non sono un suo amico, ma nemmeno uno stronzo figlio di puttana e che se c'è da parlare con questo manesco cinquantenne derubato di niente per spiegargli che Flavio non c'entra, posso anche farlo. Non è un problema.
Il problema, gli dico, è che non sono nessuno.
La mia parola, come la loro, non ha peso.
Subisco un altro paio di attacchi da altri uomini del clan dei rumeni.
Questo è il MIO momento di razzismo. Siete pronti?
Lascio sfogare un momento: Non posso immaginare queste persone come singoli esseri umani ma solo come "clan di rumeni".
Sono in mezzo a un "clan di rumeni" arrabbiati.
Flavio spiega ancora.
Io mi ricordo che fui delinquente e comincio ad adeguarmi al tono del gruppo.
Che cazzo vuoi? Ma vaffanculo.
Io ho più palle io di te!
Ecco qua.
Dopo un minuto (quanto odio i maschi) siamo tutti amici.
Accortosi del movimento sullo spartitraffico (che dista poche decine di metri dal parcheggio della coop) arriva la guardia giurata che sorveglia il supermercato.
La guardia la devo descrivere, perchè è troppo figa e sono sicuro che gli farebbe piacere sapere di essere stato descritto nel dettaglio.
Ha una stranissima tuta militare, tutta blu notte, con tante tasche che si intendono ripiene di manette, gas irritanti, pistole elettriche e radio a onde corte.
Sulla spalla ha uno stemma dorato di una compagnia di sicurezza dal nome sconosciuto.
Alla vita, la tuta si restringe per l'azione di un cinturone spesso.
Attaccato al cinturone, che si chiude sul davanti con una grossa fibbia in stile western, c'è una fondina di cuoio scuro.
Da questa fondina spunta il calcio lucido e massiccio di una magnifca beretta nuova fiammante.
E poi, questa guardia, ha dei capelli stupendi.
Lunghissimi, fin quasi alla vita. Di color biondastro, un po' rovinati da eccessivi trattamenti e leggermente frisè per dargli un moto ondoso in aumento.
Ha gli occhiali neri e fascianti, da mosca moderna. Si avvicina al gruppo composto da me, Flavio e la gang dei Rumeni.
Aveva già incontrato Flavio, la guardia, dopo il furto, e ne aveva minacciato l'arresto. Cosa che sarebbe avvenuta all'arrivo dei carabinieri che si apprestava a chiamare.
E' a questa guardia che si è rivolto il derubato per avere giustizia. A lui aveva raccontato il modo in cui Flavio averva cercato di rapinarlo.
Altri componenti del clan dei rumeni erano andati da lui a dirgli che non era vero, che Flavio era innocente e così via. Ma la guardia non gli aveva creduto.
Sette, otto persone che danno una versione dei fatti, testimoni dell'accaduto, contro una.
ma quell'unica persona, il derubato, è un bianco italiano. Gli altri, diciamocelo chiaro e tondo, appartengono sicuramente ad una omertosa e perfettamente coesa "gang di rumeni".
Ora, scorgendo una novella agitazione, sullo spartitraffico, la guardia si avvicina.
Io gli vado incontro.
E' minaccioso. E' anche molto alto, accidenti, sarà due metri.
Ha gli scarponi dei paracadutisti e io ho le ciabattine infradito.
Lui ha la pistola.
Gli spiego l'accaduto.
Racconto la versione di Flavio.
Flavio.
Il ragazzino che io, mento, conosco benissimo, sul quale posso mettere la mano sul fuoco.
Alla domanda "ma lei chi sarebbe, scusi?" io non rispondo neppure.
Sto zitto e aspetto che la risposta emerga da sola.
Lo faccio istintivamente. Senza pensare. Ma, se lo faccio, significa che dentro di me, da qualche parte si è compiuto lo stesso processo di ragionamento che si sta svolgendo in questo stesso momento nell'immaginazione della guardia giurata.
Non rispondo. Aspetto.
Aspetto che sia la mia faccia a parlare. Il colore della mia pelle. La mia appartenenza all'italica stirpe.
Senza volere lascio parlare il mio colore.
E questo spiega.
La guardia si fa docile. Annuisce.
In pochi secondi la MIA versione diviene LA VERSIONE dei fatti.
Io porto la verità in questa piazza.
Il signore parla per bocca mia.
Perchè vengo creduto?
E perchè tanto facilmente?
Mi aspettavo un conflitto.
E non accade niente.
Io porto la verità.
Arriva una donnona della gang dei rumeni. Grida parole incomprensibili. E' appena arrivata dal parcheggio dell supermercato PAM.
Flavio mi traduce trafelato: il ladro, "il zingaro", è ora al parcheggio dell'altro supermercato. Andiamo andiamo, mi dice. Andiamo a prenderlo.
Il ragionamento è giusto.
Aver convinto la guardia potrebbe non essere sufficiente. Avere tra le mani il ladro. il colpevole. Sarebbe tutta un'altra cosa.
Dico alla guardia che forse potrebbe andare al supermercato PAM a dare un'occhiata. Mica ad arrestare nessuno, solo per constatare che c'è un altro ragazzo, di colore simile a Flavio che non è Flavio e che, con Flavio non ha rapporto alcuno di complicità.
Ma la guardia è una guardia della Coop: Non è una guardia della PAM.
La sua giurisdizione finisce con l'ultima fila di spazi di parcheggio del supermercato Coop. Su quella linea termina la sua autorità.
Qui sullo spartitraffico, dove si trova ora, per dirne una, non conta niente.
E' un normale cittadino, come me. Non come la gang degli extracomunitari, non esageriamo, come me. Due italiani.
Io e lui, su questo spartitraffico, stivali e ciabattine e pistola a parte, siamo assolutamente uguali. Due uomini bianchi, residenti nella loro nazione. Vogliamo dire "Patria"?
Diciamolo.
Partiamo io e Flavio.
Prendiamo la mia macchina. Lui vuole che io veda il ladro. Secondo me vuole pure che lo catturi, ma io non ci penso proprio. L'ultima cosa che avrei voglia di fare, dopo questa mezza mattinata sullo spartitraffico è di farmi menare da "un zingaro" di quattrodici anni.
Sono sicuro che ne sarebbe capace. Mi conosco.
Mentre andiamo, Flavio mi chiede se sono un poliziotto.
Io rido.
Lui domanda ancora. Alla fine gli chiedo se davvero pensa che possa essere un poliziotto. Guardami bene, gli dico.
Lui sorride, mi appoggia la testa su un braccio e dice no, hai ragione, non sei un poliziotto.
Ha gesti teneri questo ragazzino.
A proposito: come ti chiami? Gli domando.
Flavio. Mi dice.
Flavio è un nome italiano. Non sei un rom, gli domando?
Nooooooo! Allunga la risposta torcendosi tutto.
Io sono Rumeno. Ho una patria, come te. Non sono "un zingaro". Quelli fanno schifo.
Sto per dirgli che ho una nipote di origine rom e che fa tutt'altro che schifo e che probabilmente lui se ne innamorerebbe in dieci secondi netti, ma non abbiamo tempo. Siamo al parcheggio del supermercato PAM.
Questa è una storia di razzismo, secondo me, ma è anche una storia di supermercati.
Quando il PAM aprì i battenti, la Coop già esisteva da qualche tempo.
Si arriva alla coop da un lungo stradone largo largo. Si fa una curva a destra e il supermercato appare, tra i palazzi, vicino al liceo sperimentale.
Una volta giunti al semaforo di Flavio, ci si immette direttamente nel parcheggio. E' molto comodo.
Per andare alla PAM invece si deve girare a sinistra, all'incrocio di Flavio.
Dopo pochi metri, nuovamente a sinistra, si troverà il supermercato.
In previsione della prima apertura i dirigenti PAM fecero mettere dei cartelli enormi , prima della svolta a sinistra, prima del supermercato coop, che indicavano la presenza del loro nuovo puntoo vendita.
I cartelli erano stati messi con precisione per oscurare la visione del supermercato Coop.
Si arrivava dallo stradone largo e nel punto in cui, solitamente appariva la forma e l'insegna del nostro supermercato progressista, si trovava invece questo cartellone gigante con una grossa freccia a sinistra e la scritta PAM.
Tutta la mia città è ricoperta di cartelloni simili.
Non importa se tra i cartelloni ci sono delle persone che hanno delle case con delle finestre dalle quali avrebbero forse piacere (chi ha detto "diritto"?) di scorgere altro da un groviglio di tubi innocenti e cartelloni di cartone con pubblicità imbecilli.
Queste persone, ogni volta che aprono le loro finestre nei palazzi di Mazinga sentono uno strano odore di special K. e vedono solo le sagome dei cartelloni pubblicitari.
So di per certo che ci sono delle regole sul posizionamento di questi cartelli, ma so anche che nella mia città, l'organismo preposto al controllo di questi piazzamenti è anche in maggioranza nel consiglio di amministrazione della ditta che li realizza ed affigge.
Questo fenomeno non è imputabile all'uso di Special K. come potreste pensare, ma all'oculato e chirurgico piazzamento di denaro contante nelle tasche appropriate.
Per fortuna "il zingaro" ha già lasciato il parcheggio PAM. Non c'è quasi nessuno: Qualcuno riporta un carrello. Un signore mette la spesa nel bagagliaio posteriore dell'auto. Richiude lo sportello. Sale a bordo. Parte.
C'è un momento in cui siamo solo noi nel parcheggio del supermercato. Flavio è deluso ma io sono contento di non dover catturare nessuno.
Torniamo alla Coop. Decido di affrontare la vittima del furto, quello che ha preso a calci Flavio, anni 12. A lui farò cambiare idea sul ragazzino.
Lo cerco nel supermercato, Flavio è con me. Cammina tutto contento. E' fiero di entrare con me nel negozio. Mi racconta che spesso lo cacciano e che questo ora non succederà di certo. Mi dice che c'è pure un altro ragazzino, un altro zingaro maledetto, che gli somiglia come una goccia d'acqua che ogni tanto viene qui a rubare e che spesso lo hanno scambiato per lui. Io lo guardo storto. Lui ride e sottolinea: "Giuro! E' uno uguale a me!".
L'effetto positivo che io faccio al morale di Flavio al momento dell'ingresso nel supermercato è identico a quello che lui fa a me.
Mi spiego:
Io affogo in mezzo alle persone. Le luci dei supermercati mi danno noia, mi ritrovo spesso ad avere giramenti di testa e di scatole. Mi uggiano le miriadi di marche, mi sembra che tutti mi guardino e mi giudichino, sopratutto ora, in estate, perchè sono bianco, troppo bianco, non sono abbronzato. E questo è male. Dai supermercati, di solito, non vedo l'ora di andarmene.
Ma con Flavio, ora ho un ruolo. Ho uno scopo. Mi sembra di essere una buona persona e non ho più paura.
Sono due strane figure quelle che entrano nel negozio. Uno è basso, rotondo e scuro di pelle. L'altro è lungo, bianco e secchissimo. Ma entrambi camminano diritti e orgoogliosi in questo momento.
Arriviamo alla direzione del supermercato. Il derubato non c'è più. Parlo con i responsabili del punto vendita. Gli dico che questo ragazzino che sta con me è mio amico. Si chiama Flavio. E' rumeno. E' un bravo ragazzo. Non c'entra niente con il furto.
Mi sento rispondere che lo sanno bene, che è già tutto a posto. La guardia stessa è venuta a raccontare la versione definitiva dell'accaduto (la mia versione definitiva dell'accaduto) e quindi è tutto a posto.
Flavio è sicuramente innocente. Le accuse contro di lui sono decadute. Il derubato è tornato a casa. niente denuncia. Niente carabinieri oggi. Musica. Titoli di coda.
Siamo di nuovo fuori. Flavio mi abbraccia e mi dice che io sarò suo amico per sempre.
Per così poco? Gli rispondo.
Per sempre. Ripete.
Mentre torniamo verso lo spartitraffico scopriamo che la gang dei rumeni è sparita.
In effetti, il delinquente dormiente che vive in me gli aveva suggerito di andarsene. Non si sa mai. Arrivassero gli sbirri maledetti. Sai come sono quelli. Prima ti prendono a schiaffi e poi ti lasciano spiegare.
La gang dei rumeni, in quell'occasione e in quel senso di fraternità delinquenziale che si stava lentamente sviluppando, mi aveva addirittura chiesto il numero del cellulare. Non si sa mai. Se fossero venuti i carabinieri loro gli avrebbero dato il mio numero, e io avrei detto loro la verità. Scagionandoli tutti quanti. La mia parola li avrebbe salvati.
Anche Flavio aveva voluto, già prima, il mio numero di telefono e devo essere sincero: a lui lo avevo dato con miglior sentimento.
Mentre lo scrivevo nuovamente, per la gang stavolta, su un pezzetto di carta trovato tra i rifiuti, con una penna rossa che andava un po' sì e un po' no, ad ogni numero avevo pensato di scrivere una cifra sbagliata, per non farmi trovare.
Non l'avevo fatto però, finendo con lo scrivere il mio numero esatto, ma solo per paura che lo verificassero con quello di Flavio, che già aveva il recapito corretto. Non per una qualche idea di correttezza generale.
Ora la gang dei rumeni ha il mio numero. La prossima volta che verranno trovati a svaligiare una qualche villa italiana apostolica romana mi suonerà il celllulare: Qui c'è polizia, siamo tuoi amici rumeni, dì polizia che noi siamo innoscenti! Digli tu! Digli verità!
Siamo al semaforo.
Flavio è alle stelle per la gioia. E' salvo, ha un nuovo amico (per sempre) e l'incrocio tutto suo.
Da principio non riusciva a ritrovare gli attrezzi per lavorare, c'era rimasto male, pensava che se li fossero portati via tutti e che avesse perduto l'occasione di chissà quale lauto guadagno, ma poi, sotto un cespuglio, ha ritrovato la sua roba.
Ora ci salutiamo. Riprendo la macchina, dal parcheggio della coop. Esco dal parcheggio, svolto a destra. Sosta allo stop che immette sulla via principale. Flavio, si sbraccia da lontano.
Mi immetto sullo stradone, gli passo accanto, lui sorride come un bambino. Qual'è. Mi saluta ancora.
Mentre torno a casa penso due cose.
La prima è che sono colui che dice la verità.
Sono stato creduto dalla guardia e dai responsabili del negozio coop, senza neppure durare fatica.
Penso alla fierezza con la quale Flavio mi camminava accanto. Alla sicurezza che gli davo. Ora, vi assicuro, che a vedermi io di sicurezza ne do ben poca. Sono sessanta chili e non sono nemmeno abbronzato: Anzi, sembro proprio malato. Nei supermercati, come quello, tutti mi guardano storto.
Ma sono bianco. Sono Italiano.
La guardia mi ascolta. La coop (che sei tu, naturalmente) mi ascolta.
Ho il potere di prendere un ragazzino impaurito, che già si vedeva espulso a calci nel sedere da questo paese e salvarlo.
Io vengo ascoltato.
Vengo creduto.
Dalla mia bocca esce la verità.
Ce ne sarebbe di che montarsi la testa, finire a fare il supereroe difensore dei lavavetri ai semafori.
Superbianco.
Appollaiato sui fili della luce, sopra gli incroci, a combattere le ingiustizie.
Purtroppo, per me e per tutti i derelitti ai semafori, ho anche altro da fare.
Torno a casa. Devo lavorare , disegnare, scrivere alla casa editrice francese, lavorare alla sceneggiatura di un nuovo libro. Aggiornare il sito web, rispondere ai commenti del blog.
Scrivere questo racconto, che ho appena scritto.
Sono un uomo bianco.
Sono apprezzato nel mio paese, ho un sacco di impegni. Sono molto stimato.
Adesso ripenso al mio numero di telefono in mano alla gang dei rumeni.
Lo penso in mano a Flavio, il ragazzino che sta al semaforo, vicino alla Coop. Vicino alla Pam. Tra i palazzoni di Mazinga.
Ho il cellulare sul tavolo.
Sono Superbianco.
xxx Gipi 2005
*Special K.
Droga allucinogena ricavata da un anestetico utilizzato in veterinaria. |